Alcuni giorni fa, esattamente a san Nicola, cioè il 6 dicembre un nutrito gruppo di imprenditori agricoli, circa 1500 hanno manifestato davanti alla sede della Regione Marche, restituiendo simbolicamente le chiavi delle proprie aziende agricole. Hanno denunciato uan grave crisi di filiera. Ma di fatto, cosa è successo all’agricoltura marchiagiana? Gli addetti ai lavori, gli agricoltori cioè, parlano di un “decalogo di orrori”.
”Un elenco lungo che nasce dalla volonta’ del mondo politico di rifiutare il metodo della concertazione con la rappresentanza – ha spiegato Giannalberto Luzi, presidente di Coldiretti Marche- enumerando le anomalie- La legge sulla vendita diretta e’ stata bloccata, mentre potrebbe portare vantaggi ai cittadini contro il caroprezzi; il paesaggio, sepolto sotto milioni di metri cubi di cemento; la tentata demolizione del Piano di sviluppo rurale; l’incapacita’ di gestire efficacemente la risorsa acqua che le anomalie climatiche stanno mettendo a rischio, con il riordino della bonifica”.
Tra gli “orrori” del decalogo illustrato agli imprenditori presenti, Luzi ha ricordato anche “il decentramento che, frutto di un accordo politico e non di una precisa strategia, e’ destinato a non produrre ne’ semplificazione ne’ valore aggiunto; le inefficienze delle filiere agroalimentari, i cui costi finiscono per gravare sulle spalle delle imprese agricole e dei cittadini; la promozione che sfrutta i prodotti tipici senza portare effettivi risultati economici; il problema dei danni alle imprese e dei rischi per i cittadini causati dai cinghiali; il Patto per lo sviluppo dove non ci sono risorse; il marchio Qualimarche che non assicura il legame col territorio e non ha neppure risorse”.
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